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CERVELLI IN FUGA E TRITOLO

 

Partenze alla stazione di Wolfsburg. Fonte: Centro Altreitalie 

Gli italiani propendono al fenomeno migratorio da quasi due secoli: da quando cioè il famoso armatore Rubattino, dopo aver trafficato armi con l’America destinate a garibaldini e sardo-piemontesi ma anche papalini ha fiutato l’affare rappresentato dalla necessità e richiesta negli USA di persone affidabili in determinate mansioni non solamente di natura prettamente manuale per il necessario sviluppo della grande America.

 

Meridionali ma non soltanto (vedi i friulani partiti per le Americhe tra USA Canada e Argentina) dalla fine dell’800 e allo scoppio della Grande Guerra, poi dopo la seconda guerra mondiale con le migliaia di valige di cartone nelle stazioni ferroviarie europee tra Francia, le miniere del Belgio, le fabbriche non solo automobilistiche tedesche e le decine, centinaia di migliaia per volta solcavano l’Atlantico con vere carrette del mare, quei piroscafi a vapore delle volte mai arrivati a destinazione di fine ottocentoe inizi Novecento fino alle navi degli anni cinquanta e, in ultimo, i voli. Dimenticavo l'emisfero australe, il Brasile, il centro America e anche il continente africano, i vari paesi asiatici dove la presenza italiana si è radicata ed affermata.

Loro, insieme a tedeschi, olandesi, francesi, irlandesi molto presenti e a noi ostili e rivali in particolar modo a New York (vedi le lotte successive tra Cosa Nostra e i gangsters irish) contribuirono in maniera determinante alla crescita del più grande stato democratico del pianeta, seppur esportando – ahimé – negatività come la mafia.

 

 

La ciclicità tra benessere relativo e crisi economica italiana ha visto periodi di emorragici esodi con altri di crescita e rientro dai paesi extraeuropei ed europei nei quali avevano impiantato radici, spesso generazionali.

 

Le motivazioni tra ieri ed oggi estremamente differenti: si partiva perché spinti dalla fame e dal grande sogno americano, sogno che molte volte non restava una speranza o una illusione disattesa ma vedeva la sua concretizzazione in una terra come le Americhe laddove mancava la novità, l’iniziativa, la capacità soggettiva dell’intraprendere e la serietà parallelamente alla professionalità.

 

E se si partiva non si tornava mai più se non per gravi lutti e molto pochi potevano permetterselo.

E, quando si tornava, potevano trascorrere anche dieci, vent’anni e più.

 

C’è chi addirittura ha paragonato il fenomeno dell’emigrazione a un problema di salute mentale: la spasmodica ricerca altrove di una realtà lavorativa, di quella serenità che manca nella propria patria; potrebbe essere una giusta analisi, la fuga per un lavoro potrebbe essere soltanto un pretesto ma – ahimé – credo che questo sia così per pochi.

 

Mi metto nei panni di molti giovani studenti universitari disillusi da un sistema che sa esclusivamente partorire posizioni lavorative e carriere utilizzando il più becero dei sistemi rappresentato dal clientelismo politico o dalle dinastie dei clan politico-familiari del luogo di nascita.

 

Nell’autobus che martedì 13 dicembre mi accompagnava in aeroporto a Cagliari ho conosciuto un anziano carabiniere in congedo e la sua signora che da Nuoro si recavano nel Regno Unito per trascorrere le vacanze di Natale e Capodanno dalla figlia, laureata in lingue ed esperta in traduzioni la quale durante il corso degli studi girò mezzo mondo; tornata a Nuoro iniziò la disperazione, la ricerca e i contentini di lavoro a 5-600 euro al mese.

 

Non si perse d’animo e adesso senza raccomandazione alcuna ma grazie al criterio meritocratico la Gran Bretagna l’ha chiamata a lavorare in una delle sue più prestigiose High School a circa 40.000 sterline l’anno in Italia assolutamente utopistico senza referenti politici, di sindacati confederati o importanti parentadi. O amanti potenti.

 

Voglio, esigo, pretendo le scuse del sedicente Ministro Poletti riguardo alle sue esternazioni sulla fuga dei cervelli all’estero.

Vogliamo, esigiamo, pretendiamo che lo stesso Ministro, per le sue gravissime affermazioni, si faccia personalmente carico con sue personali risorse finanziarie delle spese per le esequie di Fabrizia Di Lorenzo e per il trasporto della salma della giovane e bella donna grande cervello d’Italia.   

 

Pubblicato il 22/12/2016 alle 13.44 nella rubrica L'OSSERVATORIO ITALIA.

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